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Un paese di spettatori
sabato 9 giugno 2012
Un Paese di spettatori




MARIO CALABRESI

Per due mesi, alla fine dell’anno scorso, tutti gli italiani sono stati perfettamente consapevoli dei rischi che correva il Paese, coscienti dei sacrifici necessari e pronti a fare la loro parte. Perfino i politici avevano fatto un passo indietro per senso di responsabilità (e per manifesta incapacità di gestire una situazione di emergenza), tanto che la sensazione per un momento sembrò di unità.

Oggi quella tensione è allentata, siamo distratti da problemi reali (il terremoto e la recessione) e dal risorgere di mille liti particolari: la consapevolezza del precipizio di fronte a noi sembra essere svanita. Anzi, la sensazione è che l’Italia si sia trasformata in un Paese di spettatori, che stanno alla finestra ad osservare una crisi della moneta, del debito e del sistema europeo che sembra non toccarli.

I discorsi che si ascoltano, dei cittadini comuni, dei politici, come di quei professori che fanno a gara a prendere le distanze dal governo e a sottolineare che lo hanno fatto per primi, sembrano mostrare una gran voglia di cambiare discorso, di occuparsi di altro, come se la Grecia, la Spagna e l’immenso debito che grava su di noi potessero essere rimossi solo perché si smette di parlarne.

Eppure il rischio di contagio - per usare le parole del premier - «è permanente e chiaro» e le tre settimane che abbiamo davanti sono cruciali per il futuro dell’Europa, della nostra economia e della nostra moneta. Entro la fine di giugno sapremo se c’è una volontà comune di salvarci tutti insieme e provare a tornare a crescere o se si correrà il rischio di un devastante «liberi tutti».

Mi sembra che l’affanno del Professore venga considerato come quello di un giocoliere che lo spettatore cinico aspetta di cogliere in fallo, mentre dovrebbe forse essere considerato più simile a quello di un chirurgo che sta operando sulle nostre vite.

Ma questa percezione non c’è: in Italia ci si stanca in fretta di ogni cosa, si vorrebbe avere subito qualcosa di nuovo e più interessante di cui occuparsi, una storia o una polemica più avvincente e fresca. La rimozione di realtà che si sta facendo è pericolosa e rischia di farci deragliare.

Sui giornali si parla con insistenza sempre maggiore di ipotesi di elezioni a ottobre e i partiti mostrano di sopportare sempre meno il primato dei tecnici, tutto questo sarebbe lecito e comprensibile se fosse accompagnato da ricette alternative a quelle del governo. Se i politici che si dicono stanchi di Monti presentassero piani credibili e reali per risolvere la crisi dell’euro e il problema del nostro debito, allora sarebbe giusto discutere un cambio, prendere subito in considerazione una nuova strada. Il dibattito invece non entra mai nel merito: trionfano slogan, uscite populistiche e demagogiche, c’è la rincorsa a semplificazioni estreme che inquinano il discorso pubblico e confondono i cittadini.

Possiamo discutere sul rigore di Monti, sulle ricette di austerità e di disciplina fiscale, sulle priorità, l’agenda e la spinta propulsiva di questo governo, così come possiamo non essere convinti che la strada scelta sia quella giusta. Lo dobbiamo fare però tenendo gli occhi fissi sulla realtà, con onestà intellettuale e giocando nel campo dei fatti e dei problemi che ci circondano.

Non possiamo pensare che il dramma del debito greco e spagnolo che si sta vivendo in queste ore, la reale paura di una rottura del sistema monetario, non ci riguardi più. Non possiamo dire che la colpa è americana, o greca, o spagnola, o tedesca o dei tecnici, e fare finta che il problema e la responsabilità dell’immenso debito italiano non siano nostri. Possiamo scaricare la colpa sui politici, sugli sprechi, sulle auto blu, sui carrozzoni pubblici, ma poi dovremmo sapere che la situazione è anche figlia di un sistema in cui la sanità come l’istruzione e i servizi ci sono stati garantiti con spese che andavano ben oltre le nostre possibilità. Siamo tutti sulla stessa barca, pensare di chiamarsi fuori, di stare a guardare, di esercitarsi nel tiro al bersaglio è un gioco rischioso e ingiusto.

Se abbiamo potuto allentare la tensione che ci opprimeva a Natale è perché in questi mesi l’Italia è uscita dal centro del mirino, perché la speculazione e l’attenzione dei mercati non si è più concentrata su di noi e questo è merito dei sacrifici che stiamo facendo e di Mario Monti. Il premier ha restituito centralità e dignità al Paese, tanto che siamo tornati ad essere considerati un punto di equilibrio e il luogo dove si possono fare accordi.


Ma questa faccenda ci riguarda tutti o è solo un problema di Mario Monti?
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